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Marocco on the road (Episodio 2)

Parte Seconda – “ Marrakesh, il Deserto e il ritorno” –

In Marocco si mangia anche molto bene, si usa molto la “tajine”, un piatto piano con un coperchio alto e conico dentro Medina di Fezal quale si cucinano varie cose, ad esempio la tajine di agnello, prugne, mandorle e coucous aromatizzato è veramente squisita, ma anche quella vegetariana, o con le uova, o con le “kofta”, le polpette di carne; ottimo anche il cous cous e l’agnello arrosto alla menta. Dei molti posti dove mangiammo bene ne ricordo in particolare uno che non so se esista ancora e che allora si chiamava Pavillon d’Ambre. Chi ha visto il film di Hitchcock “Intrigo internazionale” ricorderà il ristorante dove comincia l’avventura di James Stewart in Marocco, un portico quadrato coperto da un ballatoio che dà su un ambiente a tutta altezza a sua volta coperto da una cupola, il tutto sorretto da archi poggianti su colonne istoriate e capitelli decorati. Una bellezza!

Lasciammo Fez per dirigerci verso la non lontana Meknes, l’altra città imperiale, circondata da una bella cerchia di mura, non maestose come quelle Aureliane, ma belle, ben tenute e ornate da porte monumentali. Era in arrivo la Festa del Garuf (il montone) per cui ogni capo famiglia comprava unmontone e lo macellava e mangiava in casa con i parenti. Il mercato dei montoni era proprio lungo un tratto delle mura ed essendo la vigilia della Festa tutti si affrettavano a comprare questi montoni vivi, ma il problema era trasportarli. Abbiamo visto di tutto: automobili senza sedile per caricare il montone, apecar con montoni sul pianale e perfino un signore in vespa con, tra le gambe, un montone di traverso che si agitava.

Il giorno seguente, nella città spopolata per il pranzo, partimmo verso l’interno incrociando solo due o tre ragazzini che provavano a vendere (non si sa a chi!) un paio di teste di montone sanguinolente.

Puntammo alla catena del Medio Atlante verso Ifrane e Azrou, in inverno note località sciistiche con buone piste da sci e impianti di risalita, dove sorge la residenza invernale del Re ed in estate molto piacevoli per la grande e bella foresta di cedri con la popolazione di bertucce.

Superato il Medio Atlante, pieno di boschi, prati verdi e aria fresca, entrammo nella pianura di Beni Mellal che già era un preludio di deserto roccioso, facemmo sosta appunto a Beni Mellal ed il giorno seguente puntammo finalmente a Marrakesh, la porta del deserto.

Ti accorgi che stai per arrivare quando la pianura rocciosa ed arida lascia il posto a infiniti palmeti da dattero interrotti solo dagli uliveti che creano grandi macchie di verde più scuro. La città nuova è una bella città moderna di chiara origine coloniale, ma dentro le mura ben conservate di un bel rosso-ocra la vecchia medina conserva tutto il fascino della più importante città imperiale, capitale berbera del sud.

La visita a Marrakesh vale da sola un viaggioin Marocco ed essendo questo il racconto di un viaggio “on the road” lasceremo la descrizione di una  città così affascinante ad una futura occasione. Nel frattempo puntammo al Deserto “tout court”, il Sahara vero e proprio. Per arrivarci era necessario superare l’ultima catena montuosa, il Grande Atlante con cime che superano i 4000 metri ed il passo ( il Tizi ‘n Tichka) che supera i 2200 metri. Eravamo in pieno agosto e le temperature picchiavano forte, partimmo al mattino presto con lanostra Panda raffreddata ad aria portandoci naturalmente l’acqua, qualche spuntino energetico e soprattutto un grosso termos con il celebre thè alla menta marocchino bollente, puntammo quindi a raggiungere Ouarzazate. Il percorso, fra andata e ritorno a Marrakesh, è di poco più di 400 chilometri, la strada è piccola e trafficata ed una buona metà è a tornanti. E’ impegnativo, ma fattibile con un po’ di pratica di guida (i drivers marocchini oggi lo fanno normalmente).

La Panda rossa si comportò egregiamente senza crearci il più piccolo problema nemmeno quando il termometro che avevano all’interno superò i 55 gradi, ma i panorami ripagavano ampiamente la fatica del viaggio. Nei tratti più alti la strada si snodava tra rilievi totalmente brulli, senza traccia di vegetazione, a volte tendenti al giallo-ocra altre al rosso-bruno e in lontananza questi colori si mescolavano tra una lunga sequenza di valli e rilievi con qualche piccola macchia  verde scuro di cespugli di argan e profili di villaggi di fango arrampicati a mezza costa. I villaggi di fango sorprendono per come siano inseriti nell’ambiente che li circonda e la stessa Ouarzazate, che oggi è una sorta di Cinecittà nel deserto, allora era ancora abbarbicata alla sua collina a dominare la valle sottostante.

La nostra carta stradale riportava, sotto Ouarzazate, un bel lago abbastanza grande che pensammo di raggiungere per cercare un po’ di fresco, ma non riuscivamo a trovarlo; solo quando trovammo un ponte e un imbarcadero coperti di polvere e incastrati tra le rocce ci rendemmo conto che il lago era evidentemente stagionale e sarebbe ritornato solo in inverno. Cercammo allora di raggiungere Zagora che distava ancora 160 chilometri, ma ci rendemmo presto conto che non ce l’avremmo fatta prima di notte ed il ritorno a Marrakesh sarebbe stato impossibile in giornata. Ci fermammo quindi al lato della strada che scorreva in questa piana infinita di sabbia e rocce, prendemmo tutto il thè alla menta rimasto e brindammo alla fine dell’andata e all’inizio del ritorno guardandoci bene intorno per imprimere nella memoria quel pezzetto di deserto quasi al tramonto. La sera tardi dormivamo a Marrakesh.

Se percorri la stessa strada a ritroso, un viaggio di ritorno può essere un po’ malinconico, ma fortunatamente non fu il nostro caso perché la strada sull’Oceano, oltre che più comoda e veloce, era bellissima, con continui panorami di spiagge e scogliere bagnate dalle onde atlantiche. In particolare ricordo un signore in perfetta tenuta equestre che caracollava solitario sul suo cavallo facendo lo slalom tra le rocce di una lunga spiaggia battuta dalle onde mentre noi lo guardavamo dall’alto della scogliera con un pizzico di invidia.

A Rabat, città bella, ma un po’ banale, ci fu un primo imprevisto. Eravamo verso la fine d’agosto e ci rendemmo conto che ci eravamo incanalati nel grande rientro dei marocchini in Europa alla fine delle vacanze estive. Proprio a Rabat infatti non riuscimmo a trovare posto in un albergo adatto alle nostre tasche e puntammo quindi al camping.

Mentre montavamo la tenda ci rendemmo conto di essere gli unici con una canadese, sembra incredibile, ma le altre erano tende berbere, quelle con i pali che sorreggono grossi teli neri e l’interno pieno di tappeti, alla Lawrence d’Arabia. Sebbene le condizioni generali non fossero il massimo, sia per i servizi igienici che per qualche fognolo a cielo aperto, l’ospitalità fu molto cortese tanto che ebbi subito un invito (soltanto io in quanto maschietto!) a bere qualcosa di alcolico che gli uomini trattavano con molta circospezione e che doveva essere un vinello dolce parlando soprattutto di Paolo Rossi e del Mondiale dell’82.

Quando arrivammo a Ceuta ci rendemmo conto che imbarcarci sul traghetto non sarebbe stato semplice per il semplice Fiata Panda motivo che la coda era lunga chilometri, rimanemmo in fila per due giorni e due notti dormendo (si fa per dire!) in auto e lavandoci in mare sulla spiaggia vicina. Alla fine riuscimmo ad imbarcarci e nella mattinata del terzo giorno arrivammo in Spagna. Qui la strada era la stessa e facemmo sosta negli stessi alberghi dell’andata eccetto che ad Avignone che sostituimmo con Narbonne, sostando in un albergo di legno sul canale con un’ambientazione un po’ inquietante, ma particolare (scricchiolii, solai inclinati, vista di gargoiles alle finestre, ecc.). Arrivammo a Roma due giorni dopo. Avevamo percorso circa 8000 chilometri in 25 giorni attraversando quattro nazioni, ammirando tante città e paesaggi e conoscendo innumerevoli persone, il tutto senza supporti elettronici eccetto l’orologio Seiko che allora avevo al polso e grazie soprattutto alla Panda rossa raffreddata ad aria che ci sarebbe stata ancora utile in un altro viaggio, ma questa è un’altra storia.

THE END 😀 !

 

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2 pensieri su “Marocco on the road (Episodio 2)

  1. Niente cellulare nè wifi in albergo.
    Nessun sito da consultare per avere un supporto nè navigatore satellitare
    …. questo è proprio un VERO “”viaggio avventura”” . Complimenti !!!

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