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Marocco on the road (Episodio 1)

Parte prima – “ Da Roma a Fez ” –

“Per correr migliori acque alza le vele

ormai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele “

Purgatorio (I, 1-3)

Era il 1986. La mia futura moglie ed io eravamo insieme da un paio d’anni ed avevamo già fatto qualche viaggio in Italia (Amalfi, Tropea, etc.); in quella estate pensammo di puntare ad un obbiettivo più ambizioso e realizzare un sogno: arrivare fino al Sahara! Ma non in aereo bensì in auto, altrimenti che gusto c’è?

3 Avevamo a disposizione una Fiat Panda “quasi” nuova (650 di cilindrata, due cilindri raffreddati ad aria, zero  optionals) di un bel rosso fiammante, facemmo di necessità virtù e decidemmo di partire con quella. Essendo  giovani, riposati e pratici di guida pensammo di forzare la prima tappa facendo più strada possibile per poi  procedere con più calma e guardarci intorno; il primo giorno era una bella mattina di inizio agosto,  partimmo alle sei di mattina da Roma e all’ora di cena arrivammo ad Avignone, la città dei Papi, percorrendo  in un giorno circa 960 km, non male eh?

In quel tipo di viaggio naturalmente non c’era niente di prenotabile non sapendo con esattezza quali sarebbero state le città in cui avremmo sostato e neppure le date o gli orari. Ogni giorno era quindi necessario fermarsi tra le cinque e le sei del pomeriggio in una città non troppo piccola e cominciare a cercare l’albergo affidandosi all’intuito e all’esperienza, avevamo comunque nel cofano una canadese, sacco a pelo, fornello e un pacco di spaghetti per non farci trovare impreparati in qualunque situazione.

Ad Avignone visita al Palazzo dei Papi che, sebbene più grande, ricorda quello coevo di Anagni quindi a Barcellona; qui albergo al Barrio Gotico, prima paella e visita Gaudì (Sagrada Familia, Parco Guell, Casa Milà, etc).

In Spagna allora non c’erano tutte le autostrade che ci sono ora,  l’autostrada litoranea (autopista in spagnolo) finiva ad Alicante che fu la nostra tappa successiva con il suo lungomare pieno di palme e di cadetti della Marina vestiti di bianco.

Quindi l’Andalusia e Granada dove avevamo già preventivato di fare un po’ di sosta. Granada è una città che non puoi dimenticare, per l’atmosfera delle strade di sera, per il gazpacho e le sopas, ma soprattutto per l’Alhambra e il Generalife. Qui la capacità di costruire un luogo di delizie che celebrasse il piacere di vivere ha rasentato la perfezione; il clima, la posizione e l’uso sapiente dei giochi d’acqua, degli spazi chiusi e aperti, delle ombre e delle luci del sole andaluso rendono questo luogo indimenticabile.

Dopo qualche giorno a Granada puntammo al porto di Algeciras (presso Gibilterra) per prendere il traghetto che ci avrebbe finalmente portato in Africa, sebbene ancora in territorio spagnolo, a Ceuta.

Lasciammo le pesetas per passare ai dirham marocchini, passammo la frontiera e, attraverso frutteti e aranceti non lontani dal mare, puntammo alla vicina Tetouan, la capitale del Nord, e alla sua bellissima medina. Andammo a visitare il suk. La città è bianca e azzurra, addossata al monte (che qui in lingua berbera si chiama “Rif”)  e passeggiare nelle viuzze con gli odorie i rumori del mercato ti immerge subito nell’atmosfera del Maghreb; le donne portavano un cappello di paglia a larga tesa con strani ponpon colorati e per le stradine sfrecciavano degli asini sovraccarichi di carbone con il carbonaio che gridava continuamente “barra, barra” che i pochi turisti dovevano velocemente imparare e che significava “togliti finchè sei in tempo”.

Passammo da Tetouan e non da Tangeri come da prassi perché pensammo di attraversare all’andata l’interno del Marocco, percorso più affascinante, ma più disagevole a causa delle strade e dell’attraversamento delle tre catene montuose dell’Atlante, per poi ritornare verso Nord dalla strada litoranea sull’Atlantico più comoda e veloce anche se più trafficata.

Partendo nella mattinata puntammo verso Fez, l’antica capitale ( il Regno del Marocco fu l’unico del Maghreb a rimanere indipendente dall’Impero turco, sebbene tributario); arrivammo nel pomeriggio e qui ci fu un primo imprevisto. Qualche chilometro prima della città cominciammo ad essere affiancati da ragazzotti in moto che si proponevano come guida o come procacciatori di hotel, rifiutammo dapprima cortesemente, ma poi, dopo i primi dieci/dodici, la stanchezza ci fece reagire un po’ nervosamente e l’ultimo se ebbe a male facendoci l’ostruzionismo, ovvero ci seguiva e quando domandavamo posto in qualche albergo lui, con larghi cenni, chiedeva al portiere di liquidarci come se fosse tutto esaurito. Questa storia durò un bel po’ di tempo e per non venire alle vie di fatto (mai farlo in viaggio e in paese straniero!) ci allontanammo dal centro, era già verso il tramonto e in una strada ormai fuori da Fez un gentilissimo signore che ci indirizzò verso una collina con sopra poco più di un villaggio: era Sefrou e dentro c’era un bell’albergo a bungalows, tutto in stile coloniale, che raggiungemmo di notte e che poi ci accolse per tutta la permanenza a Fez a prezzi minimi anche per quei tempi.

Fez è una città molto antica ed una parte del suo nucleo storico è formata dalla Medina Andalusi, ovvero dalla città creata dai musulmani fuggiti dall’Andalusia quando gli Omayyadi crearono il califfato di Cordova all’inizio del IX secolo; a questa seguirono altre ondate di immigrazione alla fine della Reconquista spagnola ed in seguito alla cacciata dei “moriscos” musulmani ad opera di Filippo di Spagna nel ‘600.

La medina di Fez è grande e complessa, piena di stradine tortuose e molto popolose tra le quali è difficile orientarsi, inoltre si incontrano gruppi di ragazzini che appena vedono dei turisti li circondano e cominciano a chiedere: “un dhiram, un dhiram” fino a sfiancarti, per cui per non perdersi nel dedalo di viuzze, per essere sicuri di vedere le cose più importanti e per tenere a bada i ragazzini c’è bisogno di una guida, possibilmente affidabile.

La mattina seguente pensammo quindi di cercare una guida sicura e andammo fuori del Hotel Les Merinides (5 stelle) a dare un’occhiata ed infatti notammo subito un signore, vestito di bianco come chi ha fatto già il suo viaggio alla Mecca, tranquillamente seduto vicino all’ingresso che poi scoprimmo come organizzasse proprio le guide turistiche; gli chiedemmo cortesemente se poteva aiutarci e lui rispose che non c’erano problemi, ci fece sedere e cominciò, senza alzarsi, ad emanare ordini a dei ragazzotti lì vicino finchè arrivò il ragazzo adatto, concordammo il prezzo e partimmo per la medina.

Medina di FezLa medina si può naturalmente visitare solo a piedi non essendoci altri mezzi di trasporto se non i soliti asini stracarichi e velocissimi che avevamo già visto a Tetouan. La visita è veramente affascinante sia per le case, i cortili, le verande che compaiono continuamente nel dedalo di viuzze sia per la folla vociante e in continua attività che la popola. Vi sono varie moschee visitabili e soprattutto una antica e famosa come scuola coranica, ma il pezzo forte sono le antiche concerie delle pelli, antiche pare quanto la città. Dopo averci fornito di un bel ramo di menta fresca da tenere sotto il naso la guida ci portò su un terrazzo che dominava questo grande cortile, il fetore era forte, ma lo spettacolo incredibile: una miriade di vasche tonde o quadrate, parte destinate alla concia e parte piene di colori forti e contrastanti per la tintura delle pelli; in tutte queste vasche si immergevano operai scalzi e in camicia che conciavano o tingevano; era inevitabile pensare ad un girone dantesco, ma anche per questa particolarità la medina di Fez è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’Umanità fin dal 1981.

L’ articolo continua : PARTE DUE

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