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Khartoum ’99: il Sudan tra le rive del Nilo e del Mar Rosso

KARTHOUM 1999 SUDAN – Già all’aeroporto di Fiumicino nel ‘99 c’erano dei monitor che davano indicazioni sui  vari paesi raggiungibili. Quando si cercava il Sudan il risultato era scoraggiante: guerra civile in corso, malattie in agguato, stato canaglia e altre amenità di questo genere. Io però ero in difficoltà con il lavoro e la proposta di andare laggiù mi era sembrata interessante, avevo già accettato e quindi decisi di partire lo stesso.karthum

Per circa tre anni rimasi in Sudan per un mese facendo ritorno in Italia per periodi un po’ più lunghi, un vai e vieni che durò fino al 2002. Questo mi permise di farmi un’idea abbastanza chiara del paese che proprio in quel periodo passava da una situazione poverissima ed arcaica a una molto più dinamica dovuta all’inizio dello sfruttamento delle risorse petrolifere, fino ad allora mai utilizzate.

Il Sudan era allora il più esteso paese africano e quello in cui più forti si sentivano le contraddizioni tra la parte sahariana, araba e musulmana, la cui popolazione deteneva il potere; e quella equatoriale, animista/cristiana e minoritaria, che si sarebbe più tardi resa indipendente formando il Sud Sudan, già all’epoca non visitabile a causa della guerra.

All’arrivo in aereo si entrava letteralmente in città, essendo l’aeroporto posizionato in centro. Tanto che dopo qualche tempo si imparava ad orientarsi nel dedalo di strade guardando la direzione di atterraggio degli aerei e usando l’aeroporto come punto di riferimento.

Nel paesaggio della Khartoum di allora due cose saltavano agli occhi: una era il Deserto, sabbioso e abbagliante, che circondava le case e si appoggiava con piccole dune sulle recinzioni scolorite degli irrigatissimi giardini interni, con alberi di tamarindo verde scuro e frutti saporiti. L’altra era il Nilo.

Dal Nilo nasce Karthoum. La città sorge proprio nel punto in cui il Nilo Azzurro, proveniente dall’Etiopia, incontra il Nilo Bianco,chenilo arriva dall’Uganda. Al contrario di quanto si possa pensare,i due fiumi non si chiamano così per convenzione, sono veramente uno bianco e uno azzurro. Nei periodi di piena, il più forte risale il più debole e in quel punto si vede il fiume diviso longitudinalmente in due parti, con la metà bianca che risale la corrente e la metà azzurra che va in senso opposto. Nel punto di incontro dei due fiumi si crea un grande lago, così grande che dalla riva all’orizzonte non si vede terra e la sensazione è quella di stare in riva ad un mare calmo e d’acqua dolce che poco più in là diventerà il Grande Nilo. La “Y” rovesciata che creano i due fiumi confluendo in uno divide le città di Khartoum, Khartoum Nord e Omdurman, che tutte insieme fanno la Grande Khartoum.

Non essendoci  dighe o sbarramenti a monte, i fiumi portavano con la piena il famoso “limo” che in Egitto non arriva più a causa della diga di Aswan e che, durante la secca, crea sulla sabbia delle rive uno spesso strato scuro e nerastro che la forza del sole provvede molto presto ad asciugare, rendendolo pronto per essere raccolto con le ruspe e trasportato con i camion verso i giardini pubblici e privati in cui faceva da supporto ad una vegetazione che sulla semplice sabbia non avrebbe mai potuto prosperare.

Nonostante la città contasse già sedici milioni di abitanti, un’estensione sterminata e nel sud ci fosse la guerra,  la vita a Khartoum era semplice e tranquilla, le case erano per la maggior parte basse, ad uno o due piani, solo i pochi palazzi delle strade più commerciali arrivavano a cinque o sei. La gente per strada, se giravi da solo, spesso ti salutava con molta gentilezza e, se ti serviva qualcosa, trovavi subito qualcuno pronto a darti una mano, ma sempre senza servilismo, con molta dignità. Il cielo era gremito di poiane di Harris (un po’ come a Delhi) che sono gli uccelli più diffusi nella città, molto opportuniste e veloci a sfruttare le loro occasioni, ma anche a mercato port sudansvolgere un’utile funzione di uccelli-spazzino. Soprattutto nelle zone più pregiate lungo il Nilo, si vedevano ancora case coloniali, costruite da europei su grandi appezzamenti, ma già allora stavano scomparendo per lasciare il posto ai nuovi lussuosi edifici della ristretta classe nascente dall’economia del petrolio. Ad ogni inaugurazione di una nuova casa si rispettava la tradizione della karama, una sorta di festa ed elargizione caritatevole rivolta a tutti, in cui si serviva un pasto abbondante di carne chiunque che si fosse presentato alla porta principale. Tra questi servitori occasionali e clienti, ma soprattutto poveri perché potessero pregare per il padrone di casa.

Il cibo sudanese era semplice: carne di montone arrostita sulle pietre e accompagnata da salse molto piccanti (come la “shatta”, misto di “arisa” e succo di lime), pesce del Nilo arrosto o fritto o bollito, uova, kebab, ortaggi di tutti i generi (alcuni anche sconosciuti da noi), il “foul” ovvero la purea di fave (classico piatto dei poveri) e soprattutto il pane, che sembra quello arabo, ma è impastato con la panna acida, che fermentando lo rende più vaporoso e gli dona un gusto particolare e saporito, si chiama “gourrasa” e serve anche per mangiare con le dita. C’erano anche altre curiosità come le interiora crude di pecora con il miele, che però non ho avuto il coraggio di assaggiare. La frutta ottima, soprattutto i pompelmi rosa, dolcissimi e profumati come non ho trovato in nessun’altro posto.

La seconda città del paese era Port Sudan, sul Mar Rosso, proprio davanti a Jeddah in Arabia. L’aeroporto era molto piccolo, ma funzionante ed era stato donato ai sudanesi da Bin Laden, a lungo residente in Sudan prima di trasferirsi in Afghanistan. Nel tratto di deserto tra l’aeroporto e la città pascolavano (si fa per dire!) molti cammelli bradi che una tribù del posto raggruppava una volta l’anno per venderli ai sauditi. 

In realtà l’antico sbocco sul mare del Sudan era Swakin, un vecchio porto turco poco più a sud. Quando gli inglesi riconquistarono il Sudan dopo la rivolta del Mahdi e l’esecuzione di Gordon Pascià ( il governatore inglese) non si fidarono della vecchia Swakin e decisero di fondare una nuova città sulla foce di un piccolo fiume chiamandola Port Sudan. Ancora oggi un quartiere della città si chiama Transit in ricordo del transito delle truppe inglesi che in quelle caserme si fermavano a pernottare durante il viaggio verso l’India. Oggi a Port Sudan arriva il terminale petrolifero del paese e questo naturalmente la avrà profondamente cambiata,port sudan allora, però conservava ancora un assetto coloniale, molto gradevole e con un grande lungomare. Il Mar Rosso è sempre straordinario, ma nemmeno allora c’era niente di simile alle egiziane Sharm o Hurghada. Anche la strada litoranea rimaneva scostata dal mare di un paio di chilometri e se non volevi arrivare a piedi alla riva serviva un fuoristrada, ma le spiagge erano stupende, infinite e selvagge tanto che appena entravi nell’acqua ti rendevi conto che il fondo era lastricato di razze che svolazzavano via appena sentivano il movimento. Turisti vicini allo zero se si fa eccezione per una barca di italiani che faceva capo a Port Sudan e che organizzava gruppi di sub dall’Italia per immersioni in quello splendido mare.

Un viaggio unico, tra strade piene di fascino anche se non più percorribili, dove perdersi in una cultura forte e fiera delle sue tradizioni.

Adriano

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