cirene

In Libia negli anni ’70 – Da Benghazi a Tobruk via Cirene –

“ Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone.”

– John Steinbeck-   da “Viaggio con Charley”

Era il 1979. Un’impresa di costruzioni mi offrì un lavoro in Libia che prevedeva varie mansioni di responsabilità, lo stipendio promesso era allettante (ma, a parte qualche acconto, non me lo pagarono mai!) e quindi accettai, anche per la voglia di vedere un po’ di mondo e fare nuove esperienze.

In Libia Gheddafi era al potere da circa dieci anni ed aveva organizzato lo stato mettendo nei posti chiave tutti i colonnelli (dei quali ancora si fidava)  che lo avevano appoggiato nel golpe contro Re Idris.

Tripoli era bellissima; con il lungomare,  le palme , i giardini e il Castello a dominare il porto con dietro il Souk, dove fabbri esperti battevano in continuazione rame e ottone per scolpire grandi cuspidi (quelle con la mezzaluna) per la cima di cupole e minareti. Di fronte al Castello la grande Piazza (nel periodo coloniale Piazza Italia)  si chiamava allora Piazza Verde dal colore della bandiera della Jamahiryya libica, ma che quando la vidi per la prima volta era proprio tutta DIPINTA di verde, di un bel verde prato, marciapiedi e tombini compresi. Questo avveniva perché eravamo alla vigilia della festa del 1 settembre, anniversario della proclamazione della Jamahiryya. Le celebrazioni comprendevano una sorta di grande sfilata sul lungomare  che però non era militare, ma piuttosto celebrativa  dei risultati raggiunti dal regime, per cui passavano trattori agricoli, ambulanze, camion e cose del genere. La parte migliore fu però quella riservata ai numerosi cavalieri berberi. I cavalli stupendi e nervosi schiumavano per il lungo percorso mentre i cavalieri vestiti all’orientale brandivano i tradizionali lunghi fucili ad avancarica avanzando in silenzio e al piccolo trotto sul lungomare accompagnati dal classico saluto delle donne berbere che ricorda un urlo a singhiozzo; i giardini erano pieni di gruppi spontanei  che suonavano piccoli pifferi e grandi tamburi mentre uomini e donne (senza velo, solo la testa coperta) cantavano insieme e allegramente canzoni che sembravano popolari. Non so quanto di tutto questo fosse orchestrato dal regime, ma fu forse l’unica volta che vidi in Libia un po’ di serenità e gaiezza nella gente.

L’impresa per cui lavoravo aveva nel paese  cantieri  di vario genere  (…  uno consisteva nello scolpire la scogliera di basalto a forma di ponte di incrociatore, fissarci sopra i cannoni e far esercitare i cannonieri che evidentemente soffrivano di mal di mare!) e andare a visitarli faceva parte del mio lavoro; ebbi così modo di viaggiare per la bella costa rocciosa della Tripolitania fin quasi alla Tunisia o di arrivare a Sebha ( nel Fezzan,  mille chilometri a Sud in linea retta dalla costa) volando in Fokker e facendo così un’ esperienza da raccontare, ma il viaggio più interessante fu in Cirenaica, partendo da Benghazi per arrivare a Tobruk passando dalle rovine di Cirene.

Il percorso si snodava seguendo la strada litoranea ( la via Balbia) su cui varie volte  si erano scontrate e inseguite le truppe italo- tedesche e anglo-americane durante la Seconda  Guerra Mondiale e nella prima parte costeggiava da vicino il mare con spiagge stupende. Dopo Tocra la strada si discosta dal mare e si dirige verso Al Marj salendo un po’, questa zona è molto fertile e durante il colonialismo fu oggetto di bonifica sul modello della pianura pontina tanto che in ogni lotto sorgeva ancora il casale a due piani con la scala esterna su un arco a tutto sesto ed in alto il logo dell’Opera Nazionale Bonifiche, ma questi casali non piacevano evidentemente al regime che ne aveva costruiti altri nuovi,  al lato dei vecchi ormai abbandonati, uguali in tutto eccetto che per gli archi che erano a sesto acuto forse perché più islamici. Il mio interprete (che era Armeno, cristiano e traduceva solo dall’arabo all’inglese) poi mi portò a visitare una piccola moschea di campagna che una squadra di operai che conosceva stava decorando. Stendevano uno strato di gesso spesso un paio di centimetri sulle pareti, quando cominciava a tirare spolveravano con un cartone dei motivi decorativi su versetti del Corano e quindi chiamavano l’incisore che solo con un bulino e un pezzo di cuoio per proteggere la mano cominciava velocemente  a togliere il gesso intorno ai caratteri. Prima che il gesso tirasse completamente i caratteri erano a rilievo e si cominciava a dipingerli con colori sgargianti come l’oro, il rosa, il turchese e il nero.

Arrivammo quindi a Cirene. Le rovine  erano imponenti, l’acropoli, fitta di colonne, dominava una pianura che dovette essere il serbatoio di cibo di una città così grande. All’arrivo il custode ti faceva visitare alcune grotte sotterranee con delle sorgenti  che diceva fossero connesse al culto di Afrodite Cirenea e alla base della scelta del sito alla fondazione della città. Erodoto riporta infatti che Cirene fu fondata  da abitanti di  Santorini che, spinti  da una siccità e dopo aver consultato l’oracolo di Delfi, vennero in Africa cercando il luogo con una fonte. Poco distanti, sulla costa, le rovine di Apollonia, il porto di Cirene, distrutto da un terremoto in età antica.ponte di Tobruk

Infine la strada per Tobruk fino al ponte che  era nuovo ed in cemento armato, non potei fare foto se non di straforo e da dentro l’auto per la vicinanza di militari che già chiedevano se avevamo foto camere; continuammo allora verso Tobruk  una cittadina sul mare con un piccolo porto e poche attrattive dove riposammo un po’ finchè, verso il tramonto, ci dirigemmo verso casa affidandoci al driver che conosceva bene la strada ed aveva una buona auto. A tarda notte eravamo di nuovo a Benghazi.

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