Cinque foto (cinque emozioni) che porto con me da Barcellona

SPAGNA/ BARCELLONA – Ovunque si scelga di andare, che sia l’Europa o il mondo, il turista si crea delle aspettative. Sempre. L’arte, il paesaggio, la cucina, la lingua, la storia, la cultura: valori che cambiano di città in città. A volte riesci a immaginarli, altre no. Quando ho proposto a Serena – la mia compagna – di volare a Barcellona, ho da sempre sentito un sentimento di curiosità misto a ignoto che mi ha attratto. Clamorosamente attratto. Va bene il pour parler – vizio, comunque, tipico di chi descrive Londra (“Devi visitarla per capirla”) -, ma Barcellona è più di tanti luoghi comuni. Molto di più. Cercherò di imprimerli nella mente di chi legge, magari volendo convincersi di visitarla, descrivendola tramite cinque scatti. Non vi darò cinque motivi per spingervi ad andare, vi darò cinque conferme in più per avallare una scelta già presa. Forse grazie a quello stesso sentimento che ha pervaso me e di cui vi ho accennato prima.

  1. Barceloneta

Non starò qui a raccontarvi la storia di un quartiere effettivamente a sé (meriterebbe anche un po’ di spazio, ma onestamente ne so poco). Vi racconterò piuttosto di quanto si stia bene a passeggiare per le strade – a mio modo di vedere – di una ‘piccola Napoli’. Barceloneta è letteralmente una penisola che si staglia a sud di Barcellona, al fianco della zona portuale e dell’Acquario – che, lo dico subito, merita meno di quanto stiate pensando -. Costeggiando i lati di quest’angolo speciale di Catalogna si nota l’immensità del mare all’esterno e il cumulo di storia e tradizione che trasuda dall’interno, in quelle cinque strade intagliate da ben più traverse. Percorrendone una a caso, sembra disuppostone ritrovarsi nella povertà più assoluta: appartamenti ammassati l’uno sull’altro, balconi ricolmi di sedie, sdraio, bandiere (tante, catalane ovviamente) e personaggi tutti da raccontare. Non proprio borghesi, ma di certo neanche criminali. Passeggiando per Carrer del Baluard ci si ritrova catapultati nel cuore volgare (nel senso latino del termine) di Barcellona: una zona dedicata al popolo, un inno al passato, un godimento assoluto della più sana vita cittadina. Uscendo da questa ragnatela di strade e vicoletti si apre maestosa la costa, sorvolata dal W Barcelona (un hotel facilmente confondibile con un’apprezzabile nonché gigantesca opera d’arte a forma di vela – foto).  Riposarsi a prendere il sole, tra una foto e l’altra, rilassa il corpo e distende la mente. Passare dal traffico al mare con così tanta rapidità, almeno per un romano, è una sensazione mai provata prima. E provata con non poco entusiasmo.

  1. La zona portuale (e, ahimè, l’Acquario)

Non avrò visto molti porti in vita mia, eppure in quello di Barcellona ho visto l’acqua più pulita di sempre. Tanto da esser intasata da un vero e proprio ingorgo di pesci grandi quanto le braccia di un uomo adulto (e molto robusto). Il resto è pura nonché indimenticabile estetica: il pontile che porta al grande centro commerciale su mare è uno spettacolo che regala più emozioni. La prima (foto) è quella del tramonto su Montjuic, la grande collina tra metropoli e mare che si staglia sulla costa della città. La seconda è l’immensità di barche che affollano il porto, tutte immobili ma pronte – se si ha un pizzico di immaginazione – a raccontare migliaia di storie diverse l’una dall’altra. La terza, seppur di stampo capitalista, è la zona del centro commerciale. Un’invidiabile progetto architettonico che a farlo a tramonto barcellonaOstia ci vorrebbero trent’anni (di mazzette). Anche questo mi ha colpito di Barcellona: l’espressione della modernità nell’arte. Dovunque abbia messo piede, dalla periferia al centro, dalle montagne alla costa, sprazzi di modernità hanno seguito la nostra avventura turistica senza sosta. L’esempio più lampante è la Torre Agbar, a Plaça de les Glòries Catalanes: un grande suppostone illuminato di notte che non è invece che la sede di una banca. Tornando al porto, proprio dietro al centro commerciale c’è l’Acquario. L’ingresso (venti euro, lo premetto) alza le nostre aspettative che vengono soddisfatte in parte. L’impianto offre molte sorprese, dai pinguini agli squali, ma per chi non si considera un amante del mare la visita è evitabile. 

  1. Parc Guell

Parc Guell, dimora di Gaudì commissionata dallo stesso Eusebi Guell, è un gioiello che va necessariamente visitato. E non solo per scattare la tipica foto copertina da Facebook presente sui diari del 90% dei turisti, ma anche e soprattutto per godere di un parco originale, eclettico, creativo, solare, colorato: insomma, un paradiso artistico. Al tramonto, la vista che il parco regala di Barcellona (foto) è una chicca unica nel suo genere. Dalla collina di El Carmel – parecchio in salita rispetto alla costa – la città si staglia in tutta la sua grandezza, regalando una panoramica quasi commovente. E commovente è anche la passeggiata (gratuita) che si può compiere all’interno del parco: l’arte divista parco guel 3 questo immenso giardino si rifà e imita letteralmente la natura stessa, regalando un incrocio tra immagine e realtà degno di nota. Non è invece gratuito l’ingresso alla zona monumentale, laddove si stagliano la grande balconata e l’immenso – nonché bruttino – colonnato interno. La scalinata con tanto di iguana è talmente affollata da non concedere al turista una piacevole vista. Per questo il consiglio è di godersi in assoluta tranquillità il resto dell’impianto. Un esempio pratico di come ritrovare la pace con se stessi.

  1. La Catalogna (altresì detta ‘La Lega’ spagnola)

Se c’è una cosa che mi ha irritato di Barcellona è l’eccessivo, oltremodo irritante sentimento indipendentista sbandierato ovunque. E per ‘sbandierato’ intendo letteralmente. Avete presente le bandiere della Pace esposte
Barcellona bandieraovunque in giro per l’Italia quando la guerra imperversava tra Stati Uniti e medioriente? Ecco, in Spagna non c’è nessuna guerra eppure ci sono il triplo di quelle bandiere della pace: stavolta con i colori della Catalogna. Forse una guerra c’è, ma ideologica: da tempo i catalani vogliono staccarsi dalla Spagna per autonomizzarsi del tutto. Hanno già un parlamento loro, un partito loro, una lingua loro e si definiscono una nazione a parte (“Siamo una nazione. Noi decidiamo” è il loro spot dal 2010, anno in cui la protesta più è tornata a infuocarsi). Sembra di avere a che fare con una Padania spagnola, certo con principi leggermente più seri. Pensate: sulla metro – e più in generale quasi ovunque – le scritte sono prima in catalano, poi in spagnolo e infine in una terza lingua a piacere. I catalani – in parole povere – rinfacciano alla Spagna di trarre ricchezza dalla loro terra: ergo secessione. Un ragionamento opinabile, che ai turisti può interessar poco se non ci fossero bandiere a ogni semaforo, stendardi a ogni secchione dell’immondizia, o colori della Catalogna anche nel letto dell’hotel. Troppo.

  1. La Fontana Magica

Dopo aver mangiato per l’ennesima volta male (sì, a Barcellona il cibo è quaBarcellona fontanasi ovunque troppo turistico),
dimentico l’irritazione per la Catalogna quando vedo accendersi la Fontana Magica. Questa splendida opera d’arte unica col suo genere ti riconcilia col creato e, se vuole, è capace anche di commuoverti. La musica d’apertura (Barcelona – Freddie Mercury e Montserrat Caballè) è un mix di energia e potenza raramente visti prima. Quello spettacolo – moderno, ordinato, ambizioso – è il giusto riassunto di quanto Barcellona può offrire: un’esperienza inaspettata e indubbiamente da rivivere. Cosparsa di un velo non irrilevante di magia.

Riccardo Cotumaccio
@_Cotu

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